Il 19 gennaio 2026 la Banca d’Italia ha pubblicato un documento che introduce un indicatore di vulnerabilità cyber per le imprese non finanziarie italiane: un numero che, presto, potrebbe influenzare direttamente la capacità di un’azienda di ottenere un credito. Continua a leggere per saperne di più.
La cybersecurity non è più solo una questione tecnica o un costo operativo da gestire nel reparto IT. Oggi ha un impatto concreto sulla solidità finanziaria di un’azienda: un’impresa più vulnerabile agli attacchi informatici può infatti essere percepita come meno affidabile dalle banche, con conseguenze dirette su prestiti, condizioni finanziarie e accesso al credito.
A confermare questo cambio di paradigma è il documento ‘N.75 – Il rischio cibernetico delle imprese non finanziarie’, parte della collana “Mercati, infrastrutture, sistemi di pagamento”, pubblicato il 19 gennaio 2026 da Banca d’Italia. L’istituto, infatti, ha introdotto un indicatore di vulnerabilità informatica per le imprese non finanziarie italiane: un numero oggettivo e calcolabile, pensato per essere integrato nei modelli di valutazione del merito creditizio.
Ciò che fino a un anno fa (“Niente cyber, niente prestito”) era considerato un’intuizione strategica, oggi diventa una metodologia riconosciuta a livello istituzionale, segnando un vero e proprio salto culturale nella gestione del rischio aziendale.
Un attacco cyber diventa un rischio finanziario
“Gli incidenti informatici possono avere conseguenze rilevanti sul rischio di credito. Possono interrompere l’operatività, compromettere i flussi di cassa e generare costi reputazionali o legali, spesso traducendosi in perdite finanziarie significative”.
Il punto, oggi, è molto semplice: un attacco informatico non produce più soltanto disservizi temporanei o danni reputazionali. Può fermare linee produttive, bloccare sistemi, rallentare la logistica e tradursi in perdite dirette di fatturato. Negli ultimi anni, gli attacchi informatici contro le imprese italiane sono aumentati in modo significativo, con una crescita particolarmente marcata a partire dal 2019. I settori più esposti sono il manifatturiero – spinto dall’interconnessione dei sistemi e dall’Industria 4.0 – i servizi professionali e il commercio; mentre tra le minacce, il ransomware si conferma dominante, seguito da data breach e phishing (per approfondire, leggi il nostro articolo “Cybersecurity industriale in Italia: la sfida della consapevolezza”).
Ed è proprio qui che entra in gioco la prospettiva della vigilanza e del sistema bancario: se un’azienda non riesce a garantire la propria continuità operativa, aumenta naturalmente anche il rischio di difficoltà finanziarie.
Come Banca d’Italia misura la vulnerabilità cyber
È su questo legame che si innesta il lavoro della Banca d’Italia, che propone un indicatore di vulnerabilità al rischio cyber per le imprese non finanziarie italiane.
La costruzione dell’indice segue un approccio innovativo: tecniche di elaborazione del linguaggio naturale (NLP) e modelli avanzati di intelligenza artificiale vengono applicati a bilanci, notizie di stampa e rapporti di settore sulla sicurezza informatica. In questo modo, segnali spesso dispersi, frammentati o comunicati in modo non uniforme vengono ricondotti a una metrica strutturata, capace di restituire una misura dell’esposizione reale agli attacchi informatici di un’azienda.
Alla base del modello c’è una tassonomia sviluppata specificamente per il contesto italiano, pensata per dare coerenza a un ambito dove finora mancava un quadro metodologico unitario. L’indicatore tiene conto di “sei dimensioni chiave: conformità normativa, certificazioni, tecnologie di difesa, processi di gestione del rischio, attacchi subiti e affiliazioni a organizzazioni di settore.”
Non si misura quindi solo “se” un’azienda è stata colpita, ma quanto è strutturata per prevenire e gestire il rischio cyber.
L’indicatore risultante aumenta al crescere della vulnerabilità e fornisce una misura sintetica della postura di sicurezza informatica delle aziende: valori più elevati corrispondono a livelli maggiori di esposizione al rischio.
Letto in questa chiave, il quadro che emerge dall’analisi condotta dall’istituto bancario è a dir poco significativo. I livelli dell’indice per le imprese analizzate nel periodo 2020-2023 restano persistentemente elevati: il valore medio si colloca intorno a 82, mentre la mediana risulta superiore a 85, segnalando una fragilità strutturale nella postura di sicurezza informatica del tessuto produttivo italiano.
Cybersecurity e accesso al credito: un nuovo legame
In conclusione, l’evoluzione del rischio cyber cambia anche il modo in cui il sistema bancario valuta le imprese e viceversa il modo in cui le imprese dovrebbero presentarsi alle banche: per le banche, significa ripensare il risk assessment integrando competenze digitali e strumenti di intelligenza artificiale; per le aziende, significa che la sicurezza informatica non è più solo una spesa operativa, ma una leva strategica per accedere al credito e ottenere condizioni più favorevoli.
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